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COME SE ...

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Deborah Coccu era stata una bambina comune, quasi invisibile perfino ai suoi genitori.

I capelli castani appena mossi, gli occhi marroni, la corporatura normale. Nemmeno un neo, non un segno particolare.

Il padre Antonino scherzava dicendo che se si fosse persa nel labirinto delle case della SAFFA dove abitavano, non l’avrebbero più ritrovata.

Deborah cresceva così, come le piante in vaso che la madre metteva sul balcone. Infatti sapeva che la ringhiera aveva 30 aste di ferro arrugginito.

A scuola era brava in italiano, meno in matematica ma se l’era sempre cavata benino e i suoi avevano deciso di fare uno sforzo e farla studiare fino al diploma.

Alle superiori, il 10 settembre, conobbe Alessio Rendo, un coetaneo simpatico, buono, con il quale si sentiva a suo agio. Durante una gita scolastica, il 12 maggio, si misero insieme.

Lui non era bello come Kevin Costner, che Deborah adorava e del quale aveva 54 foto, tra grandi e piccole, ma era vero, vicino, serio e piaceva ai suoi.

La sera, alle 22.40, quando si metteva a letto, Deborah sognava di essere diventata famosa e di tornare alla scuola per un ritrovo con i compagni, dove tutti l’avrebbero ammirata ed invidiata. Ogni sera aggiungeva un particolare, una frase, un’intonazione, un sorriso, rifiniva il vestito e studiava la pettinatura.

Ogni sera così per cinque anni, 1825 volte, fino al 7 luglio, giorno del diploma. Quella sera non riusciva assolutamente a trovare un particolare da aggiungere: era tutto perfetto. Il sogno attendeva solo lei per realizzarsi. La rimpatriata con i compagni si sarebbe fatta al compimento dei 30 anni. Aveva 11 anni di tempo.

 

La famiglia attraversò un periodo di difficoltà economica, il padre trovava solo lavori saltuari e la madre lo avviliva con continui confronti con Ettore Robecchi, vicino di casa dipendente statale all’ufficio IVA, che per Natale era una processione di cesti e cestini pieni di ogni ben di Dio, anche 150.000 lire per cesto e oltre, pensava sua madre.

Deborah si impiegò presso una ditta di surgelati vicino a casa, dalle 8.00 alle 17.00, quando non faceva straordinario.

 

Usciva con Alessio martedì, giovedì, sabato e domenica anche il pomeriggio. Andavano a bere qualcosa, al cinema e d’estate in vacanza al mare, non tanto lontano. Così per 3 anni, 648 volte.

Decisero di sposarsi il 4 aprile e fu una bella cerimonia, con 87 parenti ed il filmino che avrebbero guardato con gli amici nel salone della casa nuova, con i mobili in arte povera e le pareti non bianche ma ocra30, un colore caldo.

Avrebbe voluto il camino ma Alessio e suo padre l’avevano dissuasa, che poi sporca e passa la voglia di accenderlo e finisce che ci si mette dentro un vaso con i fiori secchi.

 

 

I soprammobili della lista nozze erano lucidi ed in mostra come al negozio. Spesso Deborah faceva “simulate di ingresso” in casa, come se introducesse degli amici, per immaginare cosa avrebbero pensato di lei. Notava polvere o impronte e subito le toglieva con un panno apposito. Aveva un servizio di porcellana da 12, uno da 6 e uno che usavano tutti i giorni lei e Alessio.

Cucinava pesce almeno due volte la settimana, faceva bene e lo prendeva scontato in ditta.

Alessio era il marito rispettoso che voleva, non uno di quelli che ti saltavano addosso senza preavviso, come le raccontava la Barbara Tondelli, sua vicina di casa. Non le sarebbe piaciuto dover lavare le lenzuola in settimana.

Da qualche mese Alessio parlava di fare un viaggio ai Carabi: ce n’erano di scontati, diceva, e portava a casa depliant e foto e una volta aveva invitato il suo collega Martini, con il filmino del suo viaggio (90 min.) ma Deborah l’aveva guardato distrattamente perché Martini era entrato con le scarpe infangate ed aveva segnato tutto il marmo. Comunque la mamma di Alessio si era rotta il femore e non si era più parlato del viaggio.

 

 

Erano una bella famiglia e d’estate si sedevano sul balcone (e Deborah lo sapeva che questo aveva 46 aste) e si sentivano fortunati che non litigavano come i Mogano di fronte, che si sentivano ringhiare fin dalla piazza. Loro non avevano mai litigato ed erano sposati già da 2 anni.

 

 

Alessio chiese un paio di volte di uscire con amici suoi per andare a pescare e Deborah smise di prendere la pillola. Due mesi dopo era incinta. Aveva fatto due test ed un esame in laboratorio, tutto positivo. Comprò un paio di scarpine da neonato misura 00, le mise nel piatto a cena ad Alessio, che disse “ma…ma…allora…??? Davvero?”, lei assentì timidamente, si abbracciarono e si baciarono. Lui scordò di aver mai voluto andare a pesca.

Samantah nacque ad un’ora imprecisata tra il 28 ed il 29 febbraio, l’orologio della sala parto era malfunzionante, la registrarono il 28 ma Deborah fu sempre convinta che fosse nata il 29.

Samantah era vivace, con i capelli rossi e gli occhi verdi, luminosi. Deborah capì subito che non le apparteneva ma la tenne e la crebbe, riservandosi di realizzare il destino del suo nome -Rendo- quando fosse stato tempo.

Tornò al lavoro dopo 2 anni. La mattina lasciava la bambina alla Tondelli e la riprendeva il pomeriggio quando tornava, dopo essere passata da sua madre. I suoi invecchiavano rancorosi e insoddisfatti, con il tavolo pieno dei punti della spesa che lei gli portava. Il piano della cucina dove poggiava la borsa piena di scatolame, aveva una scalfittura sempre più profonda ogni giorno che passava e ogni giorno lei poggiava lì, tracciava il solco del tempo inutile dell’approvvigionamento.

Per 3 anni, 810 volte.

I divani della sua casa erano comodi e lei, sempre più spesso, la sera ci si addormentava, davanti alla TV mentre aspettava che Alessio tornasse dalla piscina, alle 21.30. L’8 luglio alle 21.30 mentre Alessio entrava in garage con la macchina, lei era appena partita.

 

In ritardo di 1370 minuti.

 

Simona Maria Conca

giugno 2005

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