CIO' CHE SEMBRA

COME SE ...

CIO' CHE SEMBRA

EPILOGO

 

Quando trovarono il ragazzo, il corpo era riverso a terra, gli occhi azzurri spalancati e increduli, il volto esangue, la bocca appena aperta.

Dalla fronte colava un filo di sangue.

Le tende, aperte dal vento, gettavano ombre.

Per un lungo minuto i due poliziotti si guardarono ma tacquero.

 

PROLOGO

 

Rosso sentì chiamare il suo nome ed ebbe un attimo di sbandamento.

Attorno vedeva una specie di nebbia, non riusciva a distinguere quasi nulla nella stanza, se non sua madre e sua moglie, che sedute nella panca di legno a fianco, avevano l’espressione più triste che avesse mai visto.

Sua madre piangeva piano, come al funerale di suo padre due anni prima.

Momy, la moglie francese che adorava, lo guardava con la domanda muta sulle labbra “perché? perché? perché? perché? …” ripetuta all’infinito.

Le avrebbe spiegato, si, e lei avrebbe capito... Lo amava.

Suo figlio non l’avevano fatto entrare, era piccolo–dissero–per un’aula di Tribunale.

Rossello Gian Maria Dominici - il giudice ripeté il nome per esteso – vuole alzarsi?

Si alzò con la fatica di chi è costretto a farlo avendo sulle spalle un peso enorme.

Era preoccupato.

Era triste.

Era anche qualcos’altro, che non sapeva chiamare perché non l’aveva provato mai prima: come una paura. La paura che ciò che era accaduto non sarebbe stato mai chiarito, di non poter spiegare, di non poter mai più avere l’amore, di errare solo per sempre.

Si alzò dunque ma dovette afferrarsi alle sbarre per non cadere, tanto si sentiva debole.

Aveva visto in TV una volta un maxi processo alla mafia in cui gli imputati dietro le sbarre ridevano, mangiavano, portavano le manette con disinvoltura, come braccialetti sonanti.

Ora vedeva sé stesso.

Anche lui aveva ucciso ma non era uguale agli assassini, si, aveva ucciso ed era stato liberatorio ma non aveva riso, nemmeno dopo, non aveva nemmeno potuto mangiare, dopo. Aveva sentito la pistola, freddo metallo, mischiarsi alla sua mano, l’aveva sentita gemere di rabbia e disperazione e sparare come in uno spasmo.

Poi nulla, poi nulla.

 

Ma doveva spiegare con calma. Non le aveva le manette ma sentiva stringere i polsi, se li massaggiò, attorno era silenzio.

Sentiva il Signor Giudice (era il Giudice?) parlargli ma non ne distingueva le parole, gli stava chiedendo qualcosa... si, cosa avesse da dire.

Respirò, cercò di respirare ma era come se l’aria trovasse una resistenza, dovette deglutirla e sentì un dolore al petto.

Si ravviò i capelli, che ricadevano sulla fronte e gli davano un aspetto di eterno ragazzo, sentì la fronte madida di sudore freddo.

Come si racconta una vita?

Le parole uscirono d'un soffio: Lui doveva morire – disse – altrimenti ci avrebbe uccisi.

Era un inizio.

Poteva spiegare, cercò di mettere in ordine le parole:

Poteva spiegare, cercò di mettere in ordine le parole.

Signor Giudice - disse - ho un figlio, una moglie, una madre. Ho l’amore insperato che hanno anche i campi di grano.

Sono stato bello, desiderato ed ho avuto l’abbraccio del mare così tante volte che non le so contare. Ho sulle mani e sulle braccia i graffi dei rami degli alberi che mi frustano quando passeggio nella campagna. Ho avuto carezze da fermarmi il cuore...

Le parole fluivano al ritmo dei ricordi, capiva che non avevano gran significato ma come dire altrimenti?

Aveva davvero avuto un destino ben strano da spiegare…

 

INTERIM

 

Quando quel ragazzo era entrato nella sua vita, Rosso ne era stato contento. Una volta parlavano di piaceri della vita e lui gli aveva detto con sicurezza “anche a te piace leccarti il sangue dalle labbra, quando ne è stato versato, quando ne hai bevuto, quando era ineluttabile che così fosse”.

Ne era stato colpito. Era vero.

Amava Momy, almeno credeva. Quando facevano l’amore lui sentiva di volare negli spazi siderali della vita stessa, dentro le cellule e dentro il mondo. Lei lo aspettava. Una volta soltanto l’aveva morsa, sul collo, era uscito il sangue e gli aveva sporcato le labbra e la faccia, lei aveva sentito male, aveva urlato e poi lo aveva schiaffeggiato. Aveva chiesto scusa mille volte per quella crudeltà. Quando gli tornava in mente, almeno una volta al giorno, sentiva un fremito che, non poteva fare a meno di pensare, fosse il pianto sommesso del suo desiderio incatenato.

Il ragazzo lo accompagnò da una donna che si poteva mordere e poi succhiare il sangue senza chiedere scusa. Era giovane, il seno piccolo e gli occhi febbrili, la pelle liscia e le gambe magre. Non chiese mai quanti anni avesse. Tornò più e più volte. Morse e quasi dilaniò il corpo. Quando tornava vedeva le ferite e le piccole cicatrici. Il ragazzo lo accompagnava sempre. Lo passava a prendere e lo riportava a casa quindi se ne andava. A volte si era trattenuto alcuni minuti ma a Momy non piaceva, così smise di entrare in casa e prese a lasciarlo al portone.

 

Lui cominciò a venire a casa anche quando non avrei voluto – Signor Giudice – ed in un modo o nell’altro mi costringeva ad andare dalla donna. Sempre, sempre, sempre…

Abbassò gli occhi e sentì una lacrima quasi fredda rotolare sulla guancia e schiantarsi al suolo con un rumore metallico.

Il ragazzo mi somigliava, ricordo gli occhi pieni di paura quando ho puntato la pistola alla testa.

E’ morto in silenzio. Non so da dove venisse esattamente.

Sono innocente – Signor Giudice – ed ora sono libero.

Il poliziotto più giovane chiamò la Centrale “…si un’ambulanza ma è morto da almeno due ore…ferita da arma da fuoco alla testa…si, trovata l’arma…abbiamo abbattuto la porta…, la vicina ha sentito lo sparo ed ha chiamato noi e la moglie, che sta arrivando.

Generalità: Rossello Gian Maria Dominici, 32 anni.

 

Simona Maria Conca

settembre 2004

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