E' UNA RUOTA CHE GIRA

COME SE ...

Come se ... fosse vivere

 

 

 

E' una ruota che gira che gira che gira

 

(Commiato a quattro mani)

 

 

 

 

 

 

 

"E’ una ruota che gira” pensava,

seduto immobile

nella sala d’aspetto ferroviaria.

Si era stancato

perché aveva camminato a lungo,

sotto il sole.

Guardava intorno a sé le centinaia di persone che si affrettavano ai binari, o che consultavano i cartelloni dei treni in partenza e in arrivo. Altre invece parevano aver fatto di un angolino il proprio tinello.

Di ciascuno osservava l’abbigliamento, la postura, il viso, cercando di immaginarne età, carattere, professione.

Quanto a lui, per chi si fosse preso la briga di osservarlo, era un uomo ormai in là con gli anni, piuttosto trasandato, robusto e quasi pelato, l’espressione triste che assume una intelligenza viva e sensibile quando per troppo tempo è costretta a scendere a patti, dopo aver tanto e vanamente lottato, con il “dentro” e con il “fuori”.

Per ora nessuno lo cercava. Nessuno cercava ancora Ivan che, abbandonato sul sedile consumato, pensava “è una ruota che gira, è una ruota che gira, è una ruota che gira, è una ruota che gira, è una ruota che gira, è una ruota che gira…..”.

Non sapeva bene cosa c’entrasse, eppure… Gli veniva anche da dondolarsi, ma riusciva a trattenersi per non dare nell’occhio, perché “non stava bene” per un uomo della sua età.

 

Guardava e guardava, lasciando che il tempo scorresse.

Era abituato al tempo che passa, senza uno scopo preciso, un fine, un qualcosa da fare, e che alla fine si accumula in una vertigine di giornate tutte uguali, un eterno ‘oggi’ con poche tappe a scandire epoche diverse.

Ivan ultimamente pensava spesso al fatto che ormai era vecchio, al tempo, al suo correre via, al suo tempo scappato via e all’essere diventato vecchio senza essere stato davvero giovane.

Aveva passato più della metà della sua vita in qualche istituto, fin da piccolo.

“E’ una ruota che gira, è una ruota che gira, è una ruota che gira, è una ruota che gira, è una ruota che gira, è una ruota che gira…..”.

 

Una volta da bambino facevo tutti i giochi che faceva anche lei: nascondino, le belle statuine, giochi proibiti, che poi era “il dottore”.

“Il dottore si ammalò”, “ambarabà cicì cocò tre civette sul comò”.

Poi facevo il carbonaio, mi pitturavo tutto di nero con il carbone.

Poi facevo lo stracciaio, che raccoglie i pezzi di ferro, le tolette, il ferro da buttare via, i cartoni.

Il calzolaio, il ciabattino, il rompighiaccio con il pezzo di ghiaccio lungo: “chi vuole ghiaccio? Ghiaccio!”, da mettere nel frigorifero.

Poi il mulitta.

Poi un piano, le ruote agli angoli e poi il manubrio sul davanti che manovrava a destra e sinistra, il ‘carelòt’.

Il cerchione della bicicletta, e con un pezzo di ferro lo si faceva correre e noi dietro.

Il pallone di pezza

“E’ scemo, il ragazzino è oligofrenico, stupido, imbecille”.

E l’istituto religioso, i lunghi anni con le messe la domenica mattina, la disciplina ferrea come scritta direttamente su tavole di pietra.

 

Sono la tua clessidra. Nel frattempo della sabbia che scorre nella clessidra, sono passati 20 minuti. 20 minuti nel mondo est ovest sud nord est, quanta gente è morta e quanti sono nati? Miliardi? Morti?

In un’ora la clessidra quanto dichiara? Di morti e nascite? E di rubacchiare, e di onestà?

Un gesto che ha avuto un buon porgere, un gesto buono a un povero, che quello è andato in chiesa anche di giovedì a porgere un gesto buono e a fare una preghiera e accendere un lumino e una candela.

Una candela vale o non vale? Può valere una candela? Non lo so, non lo so, non lo so, non lo so

Poi un lavoro vero, ma nella testa un daffare non inferiore. Storie di complotti, intrighi politici, pedinamenti, intere fette della città che crollavano insieme a tanta solitudine, mai avuto una ragazza, un amore o almeno qualcosa di simile. Mai baciato nessuno nella vita.

Una morsicata vuol dire che dice “tè, vedi che ci sono al mondo ancora anche se non mi vedi, tramite gli altri?”. Quelli sono i genitori nostri, incarnati.

E mentre i pensieri montavano, per via che i pensieri montavano, di nuovo l’ospedale.

Mese dopo mese, anno dopo anno, anno su anno all’ospedale psichiatrico.

“E’ scemo, il ragazzino è oligofrenico, stupido, imbecille”. “E’ una ruota che gira, è una ruota che gira, è una ruota che gira, è una ruota che gira, è una ruota che gira, è una ruota che gira…..”.

Non più un lavoro, non più una casa, anno dopo anno, anno su anno all’ospedale psichiatrico.

L’impressione che la folla si facesse più fitta e frenetica lo disturbava un po’, mentre dal notiziario della TV arrivava notizia di milioni di morti per la guerra nel mondo.

Forse un bombardamento aveva distrutto Roma, e migliaia di cani assediavano una città, stringendola fuori dalle mura esterne. Non riusciva a spegnere la televisione.

Sentì la mancanza di una parola gentile, qualsiasi, non importava se frutto di un affetto generato dalla leva di uno stipendio in cambio, un po' di calore, una fiammella anche piccola.

Sentiva che si era fatto tardi, che era l'ora della sera in cui si torna in una casa.

Qualsiasi.

 

Passavano i minuti, le ore.

Nella mente di Ivan si affastellavano brandelli di ricordi, intere scene svincolate da un contesto, come episodi di cui fosse stato semplice spettatore. E invece era la sua storia.

Lui da piccolo, che batteva la testa al muro per compiacere lo zio, che rideva e lo incoraggiava, “dai, Ivan, picchia!”.

 

“E’ una ruota che gira” pensava, seduta immobile nella sua stanza la donna. Gli veniva anche da dondolarsi, ma riusciva a trattenersi perché “non stava bene” per una donna della sua età.

Pensava a Ivan, si domandava dove fosse. Si augurava che non lo trovassero mai più. Che mai più dovesse tornare in un istituto come quello in cui lo aveva conosciuto, lei dall’altra parte della barricata. Fantasticando, lo vedeva in una città lontana, magari all’estero, a riprendersi almeno uno spicchio, l’ultimo, della vita che la malattia e le istituzioni gli avevano lasciato, nel suo peregrinare da un posto all’altro, da una struttura all’altra. “L’istituzione si è ingentilita e si è messa in movimento”, si disse amaramente.

Magari poteva fare come in quel film, dove un tizio si era rifatto una vita in un paese tropicale....

Pensava e pensava, lasciando che il tempo scorresse. Era abituata al tempo che passa, senza uno scopo preciso, un fine, un qualcosa da fare, e che alla fine si accumula in una vertigine di giornate tutte uguali, un eterno ‘oggi’ con poche tappe a scandire epoche diverse.

Ormai era quasi notte, erano passate tante ore da quando, durante il suo turno di lavoro, Ivan aveva preso il cancello di nascosto. Chissà…

Il telefono squillò, “lo hanno trovato!”, disse esultante la collega, “volevo dirtelo per non farti stare in pensiero”.

Smise di pensare, con una serie di gesti tutti uguali si preparò per andare a dormire, spense la luce e rimase immobile nel letto.

“Forse è ora che cambi lavoro”, si disse puntando la sveglia.

Ultimamente pensava spesso al fatto che ormai era quasi vecchia, al tempo, al suo correre via, al suo tempo scappato via. “Era stata davvero giovane?”, si chiese.

“Ma che vuole dire?"

 

“E’ una ruota che gira

è una ruota che gira

è una ruota che gira

è una ruota che gira

è una ruota che gira

è una ruota che gira...”

 

 

Sara Sardiello

giugno 2004

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